MIAMI. METAMORFOSI DI UN PERDENTE Nel romanzo di Paki Violi un monito ad andare oltre le apparenze

di Gianluca Albanese

Può un apprezzato cronista di nera diventare un bravo romanziere? Sì, almeno se questa evoluzione professionale riguarda Pasquale “Paki” Violi, che dopo lustri passati tra le aule di un tribunale a seguire i processi in maniera seria, scrupolosa e scevra da sensazionalismi dimostra di non aver perso il vecchio “vizio” della scrittura dando alle stampe un noir avvincente dalla prima all’ultima pagina.

Miami. Metamorfosi di un perdente” (Calibano Editore, 2020) mostra come la fantasia e il talento narrativo dell’autore non manchino, anche perché affinati nel corso della lunga e proficua attività giornalistica di cronaca nera e giudiziaria.

A dispetto del titolo e della copertina da lui stesso disegnata, il romanzo di Violi prende le mosse da un appartamento della Roma bene, tra i bar di Via Veneto e quelle strade che l’autore conosce a menadito, avendo vissuto nella Capitale per lunghi anni.

E’ un mondo, quello in cui è ambientato il romanzo, in cui nulla è come appare. Ed è proprio il richiamo a non fermarsi alle apparenze, a non cedere alla superficialità nella lettura delle situazioni, che costituisce il filo conduttore del romanzo, il cui protagonista, Morgan, pur intelligente e dotato di talento, rischia di trascorrere il resto dei propri giorni nell’inerzia di una pigrizia che lo porta a galleggiare più che a vivere. Fin quando non accade qualcosa d’imprevisto che lo porterà a darsi uno scossone e ad affrontare situazioni difficili e pericolose, dalle quali, a un certo punto, sembra uscire addirittura vincente. 

Già, perché alla fine della storia sarà proprio la sua antica superficialità a presentargli il conto di una vita, che pagherà con un cambio radicale edulcorato da qualche riflessione esistenziale.

Per il lettore, dunque, il Paki Violi scrittore regala grandi emozioni in un noir modernissimo e dal respiro internazionale, in cui le nuove rotte criminali si dirigono verso territori meno battuti dalle mafie “tradizionali”, allungando i propri tentacoli tra l’Africa e l’Europa dell’Est e gli affari multimilionari si legano con le vicende intime dei protagonisti, ai quali non basta, evidentemente, l’apparente benessere di un lusso di cartone per sentirsi felici. Perché la felicità – è scritto nella copertina – alla fine è solo una buona birra e il profumo dell’estate.

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