SIRICU E KAJIN Non chiamatela “recensione”

In vista della presentazione del libro “Kajin e la tenda sotto la luna” (2018, Pellegrini editore) che avrà luogo venerdì 9 marzo alle ore 18 allo spazio culturale “MAG. La ladra di libri” (nel corso della quale dialogherà con gli autori Enzo Infantino e Tania Paolino), Maria Antonella Gozzi anticipa il proprio commento all’opera fondendolo e intersecandolo con quello al testo della canzone “Siricu” di Fabio Macagnino, che interverrà alla presentazione, insieme a Federica Roccisano.

Leggerla c’introduce nei temi trattati dal libro, i cui diritti d’autore saranno devoluti a progetti di ricostruzione post bellica in Siria.

di Maria Antonella Gozzi

Tutti i libri più belli si affidano a un incipit, a una porticina d’ingresso cui viene dato l’onore di aprire il sipario dello spettacolo più grande. E’ stato così anche per il libro “Kajin e la tenda sotto la luna” (Pellegrini, 2018) di Enzo Infantino e Tania Paolino: “A Kajin, a Masum e a tutti i bambini in fuga dalla guerra, a chi ha provato a ridare loro ciò che era stato sottratto”. E questa dedica, che sboccia come un fiore raro, ci dà il benvenuto sull’uscio di una lettura necessaria, intensa e carica di umanità.

E così sarà anche per quella che non può e non vuole essere una recensione, ma una nota allo splendore di un’umanità invisa, derisa e seppellita dal belligerante livore delle grandi potenze economiche mondiali.

 

Dormi mio bambino
che quando ti sveglierai
saremo vicino
alla terra del gelsomino.

E non ti spaventare
tra un pò finisce il mare
questo vecchio guscio
potremo abbandonare.

Ai gelsi ci aggrapperemo
potremo riposare
i frutti gusteremo
ti lascerò sognare.

E cambierai la pelle
crisalide sarai
e guarderai le stelle
la guerra dimenticherai.

U siricu” sarai
così verrai chiamato
per non scordare mai
la terra che hai lasciato.

La terra di Adamo ed Eva
giardino damascato
di quando Dio sorrideva
contento del suo creato

Dormi mio bambino
che presto giocherai
tra zagara e peperoncino
tra cedro e mandarino.

Ti cresceranno le ali
volare tu potrai
su quella nuova terra
lontano dalla guerra.

(Siricu, di Fabio Macagnino)

Inizia così, dunque, con le parole della poesia (poi divenuta testo musicale) del cantautore Fabio Macagnino dal titolo “Siricu”, il mio personale incontro con la sensibilità di uomini e donne impegnati giornalmente nella lotta contro l’indifferenza, l’accidia e l’orrore riservato a intere popolazioni, costrette a spostarsi come “placche continentali” per trovare un loro posto nel mondo.

Il compito che mi sono prefissata è arduo perché non è semplice aggiungere qualcosa né all’impegno artistico di Fabio Macagnino né a quello dei due autori di “Kajin e la tenda sotto la luna”. Figure di grande spessore culturale e umano, che hanno trascritto – l’uno in versi, gli altri in prosa – il dolore, la rabbia, la speranza di un popolo distrutto.

Già, perché questa scelta di coniugare un testo musicale a un libro non è nata per caso.

Siricu è il nome dato al baco da seta in dialetto calabrese; letteralmente vuol dire “siriaco” perché è arrivato sulle rive calabresi dall’altra parte del Mediterraneo. Dalla Siria, appunto.

U siricu” sarai
così verrai chiamato
per non scordare mai
la terra che hai lasciato”

Sono i versi che si sposano con il capitolo 18 del libro di Infantino e Paolino dal titolo “I bachi da seta di Afrah”. Quella di Afrah è una delle tante storie narrate dagli autori; una ragazzina siriana che coltivava con la mamma Leena, i bachi da seta e viveva a un centinaio di chilometri da Aleppo. La voce narrante è delicata e descrive la vita della creatura al ritmo della metamorfosi dei bachi da seta: da vermetti dinamici fra fili di seta, a splendide crisalidi.

E’ un gioco di metafora. E, così come Fabio Macagnino sembra parlare a un bambino, per cercare di calmare le paure che un viaggio in mare aperto, insicuro e tormentato, poteva infliggergli, anche nelle intenzioni di Enzo Infantino e di Tania Paolino vi è, in fondo, l’intento di descrivere l’intenso lavorìo di un corpicino stanco: quello di una giovane fanciulla cui la guerra aveva lasciato ben poco della sua innocenza. No, lei non fu violentata dagli uomini dell’Isis ma solo perché in quel momento era in soffitta a prendersi cura dei bachi da seta. Della madre si presero tutto, invece. Se una nenia fosse stata cantata anche ad Afrah, di certo, non sarebbe stata sufficiente a sedarle il dolore che sentiva crescere dentro di sé.

La terra di Adamo ed Eva
giardino damascato
di quando Dio sorrideva
contento del suo creato”

Il giardino damascato, di quando Dio sorrideva contento del suo creato, di Macagnino approda al suq di Aleppo, direttamente ne “la bottega dell’anziano sarto” del capitolo 15 di “Kajin e la tenda sotto la luna”. Era il sarto più bravo perché aveva molti anni di esperienza e stoffe bellissime. Gli autori si soffermano sul rituale gesto dell’anziano commerciante, quasi dipingendolo. Non è difficile vedere con i propri occhi la scena: «era solito prendere le stoffe dagli scaffali che, all’occorrenza, adagiava sul tavolo da lavoro. Non era una semplice operazione: prima le osservava con il sorriso sulle labbra, come si fa con la donna di cui si è innamorati, estendeva le braccia con rispetto, agilmente prendeva la stoffa e la adagiava su un bancone, quindi ne tirava con parsimonia un pezzo, mentre con la mano destra l’accomoaganva, lisciandolo». Aveva un piccolo segreto, l’anziano e simpatico sarto: teneva nascosto nel piccolo bagno del suo negozio, un violino (…). Il pudore, forse. O, semplicemente, il vezzo di chi non vuol farsi cogliere nel momento più intenso della propria giornata. E suonare il violino lo era più di ogni altra attività, un esercizio che, dopo la distruzione del suo negozio e della sua vita, con il conseguente e doloroso abbandono del suo paese, lo avrebbe tenuto in vita e che avrebbe tenuto in vita anche anche gli altri abitanti del campo profughi di Idomeni.

E cambierai la pelle
crisalide sarai
e guarderai le stelle
la guerra dimenticherai”

Questi versi sono per “Masum” invece. Capitolo 15 di “Kajin…”. E qui si apre una voragine su un universo di emozioni quando Enzo Infantino (a scrivere è lui in questo caso) descrive l’incontro più duro, mai registrato fino ad allora, con la propria coscienza. Tutti i bambini del campo di Idomeni, fermati da un filo di recinzione metallica e dall’orrore delle mani insanguinate dei mandanti di un incomprensibile eccidio, sono meravigliosi. Ma Masum è speciale. Ha grandi occhi neri che sembrano sorreggerlo dal peso della guerra e dall’abbandono inspiegabile da parte di chi aveva il compito di proteggerlo nella sua casa, a contatto con i suoi giocattoli e con la sabbia del suo mare. In Grecia ci era arrivato seguendo lo stesso identico destino di altri bambini in fuga con il desiderio di raggiungere il papà, in Germania. La rotta balcanica – avevano detto anche alla madre e alle sorelle – era la più sicura. In quale campo, a Idomeni, Masum ci rimase a lungo però: nuovo il cielo, le stesse sempre al loro posto e un corpicino troppo gracile anche solo per sopportare la vita difficile di un “non luogo”. Masum dimenticherà mai la guerra?

Sono infinite e straordinarie le storie dei rifugiati siriani in territorio greco, si incrociano e si fondono fra loro. Ma non solo. Ci sono le vite di migliaia di volontari che, grazie anche all’esperienza di Enzo Infantino – impegnato da molti anni come volontario nelle missioni umanitarie all’estero e nella difesa dei diritti umani – hanno raggiunto il campo profughi, con la gioia autentica di chi sa di essere nel posto giusto. Spesso, leggendo fra le righe di questo meraviglioso testamento d’amore, si evince una felicità apparentemente inspiegabile, un ritorno alla vita attraverso la morte. Ch’é anche operazione di recupero del sé, delle proprie “abilità” emotive, troppo spesso schiacciate dalla necessità di difendersi dai propri simili.

E, mentre c’è chi ancora si chiede se non sia il caso di abbattere quei muri, anziché costruirne di altri, vite meravigliose hanno deciso di partire e di offrire le proprie vite a servizio di altri uomini. Per il recupero della loro dignità, ma soprattutto per riscattarsi dal dolore di una ipocrisia strisciante.

Ti cresceranno le ali
volare tu potrai
su quella nuova terra
lontano dalla guerra”.

Parlo a te, Kajin. Capitolo 1. Figlia coraggiosa di Mosa che sei nata a Idomeni, cacciando un urlo che si è propagato in tutto il campo. Il tuo pianto suggeriva a tutti che la vita era lì e che eri tu: «Con te, piccola mia, l’amore ha infranto ogni sbarramento e rotto ogni resistenza, è stato capace di entrare furtivamente nel buio di una tenda in un giorno d’inverno”.

 

Presentazione a cura di Arcangelo Badolati, prefazione affidata a Gioacchino Criaco.

 

L’anima dell’opera è affidata a Enzo Infantino che, fin da giovane abbraccia la la causa dei diritti del popolo palestinese e dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila e a quello per il diritto al ritorno. Con i due comitati si è recato più volte in Medio Oriente nei campi profughi palestinesi per denunciare le gravi condizioni di vita dei rifugiati e per ribadire il rispetto delle risoluzioni internazionali.

A cavallo tra il 2009 e il 2010 partecipa, con una delegazione italiana, a Il Cairo in Egitto ad una manifestazione internazionale a sostegno del popolo palestinese denominata “Gaza freedom march”.

Per le stesse motivazioni è stato in Libano, in Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Questi viaggi hanno consentito di acquisire una conoscenza del problema dei rifugiati e più in generale della situazione politica in Medio Oriente.

Dal mese di aprile del 2015, a seguito della chiusura della rotta dei Balcani, decide di andare in Grecia in soccorso dei rifugiati fuggiti dal conflitto siriano. Questa ulteriore esperienza nei campi profughi in territorio greco ha spinto Enzo ad intensificare il suo impegno nella denuncia per il mancato rispetto dei diritti umani garantiti dai trattati internazionali. 

Abbraccia l’esperienza di Infantino, anche la coautrice del libro Tania Paolino che, dopo gli studi classici, ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. È stata consulente autoriale di un Corso di Filosofia per la Salviati Editore, Milano, per conto della Casa Editrice D’Anna, Firenze. Attualmente insegna Filosofia e Storia presso il liceo “P. Metastasio” di Scalea (CS). È giornalista pubblicista e coautrice di un saggio di storia locale dal titolo “Santa Domenica, da feudo degli Spinelli a terra di briganti”. È impegnata sui temi dei diritti umani, della salvaguardia ambientale e della legalità, di cui permea anche la sua attività lavorativa e giornalistica.

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