“JOCA” Alfredo Sprovieri narra la storia del “Che” italo-brasiliano

Fare il giornalista è, forse, il mestiere più bello del mondo. Anche quando il contesto professionale in cui operi ti rende somigliante più all’addetto alla catena di montaggio interpretato da Charlie Chaplin in “Tempi moderni” che a un novello Indro Montanelli. Se hai il sacro fuoco dentro, non importa se prendi uno stipendio inferiore a quello di un commesso, se fai una vita sacrificata e senza orari, o che vivi alla giornata senza la certezza di un futuro che ti garantisca la capacità di contrarre un mutuo. Sei un giornalista e basta.

E lo sarai fino alla fine dei tuoi giorni, anche quando per vivere sarai costretto a fare altro.

Lo sa bene Alfredo Sprovieri, 35enne brillante penna di San Pietro in Guarano, presila cosentina, che in una notte come tante si ritrovò impegnato a risolvere uno degli inghippi più comuni per chi occupa un posticino precario in quelle moderne catene di montaggio chiamate redazioni: trovare una notizia da mille battute (caratteri “spazi inclusi” di un qualsivolgia programma di scrittura); quanto basta a riempire un “colonnino” e chiudere la pagina prima e l’edizione poi.

Fu il destino che sorride ai curiosi, agli arguti, agli acuti che quella notte regalò la notizia che permise ad Alfredo di ricavare il suo “colonnino”. Cinque righe di un “take” di agenzia che trattarono la visita di un uomo di governo brasiliano giunto a San Lucido, nel tirreno cosentino, alla ricerca degli eredi di un giovane immigrato italiano degli anni ’60, scomparso un paio di lustri dopo durante la lotta di liberazione contro la dittatura militare dei “Gorillas”, in Amazzonia.

Si chiamava Libero Giancarlo Castiglia. Era animato da ideali di giustizia sociale. Era un comunista. Il suo nome di battaglia era “Joca”.

Una storia sconosciuta ai più, la sua, che Sprovieri rispolvera e approfondisce dopo anni di ricerche storiche, mettendoci tutte quelle doti che madre natura gli ha dato, affinate in anni di rigoroso lavoro giornalistico: acume, curiosità, passione civile.

E’ la storia narrata in “Joca, il “Che” dimenticato” (2018, Mimesis edizioni), che offre il suo prezioso contributo alla conoscenza di una vicenda taciuta dalla stampa internazionale dell’epoca e che dice tanto di decenni di regime autoritario di un Brasile che nell’immaginario collettivo è presente solo nell’euforia organizzata del carnevale di Rio, o nei virtuosismi dei calciatori della “Selecao” in maglia verdeoro.

Con l’introduzione del grande Goffredo Fofi, l’autore narra dell’arrivo in Brasile della famiglia Castiglia, del razzismo strisciante nei confronti degli immigrati italiani, chiamati in maniera dispregiativa “carcamanos”, considerati buoni solo a lavorare in fabbrica nel gigante sudamericano che, fedele ai dettami di August Comte pensa di dare un’immagine mondiale di “ordem e progresso”, come il motto riportato all’interno del globo della bandiera nazionale. Buoni a contribuire allo “sbiancamento” della razza, come i governi dell’epoca volevano.

Quello che diventerà “Joca” è un ragazzo sveglio e intelligente, cresciuto con gli ideali di equità sociale e che nemmeno l’alienante lavoro in fabbrica come tornitore gli impediscono di coltivare. Quando la repressione e le torture della dittatura si faranno più dure, saranno i giovani come lui a resistere, prima con la guerriglia urbana e poi, a seguito di un percorso di preparazione in Cina, con la battaglia rurale, condotta in Amazzonia insieme ai compagni rivoluzionari, e al fianco della popolazione locale oppressa e dei preti missionari come Andrea Gallo che negli anni precedenti maturò un’esperienza del genere oltre oceano. I nemici, invece, furono le spietate truppe del regime, la malaria e la leishmaniosi. Chi morì in battaglia, come Joca, divenne un eroe; i pochi superstiti, decenni dopo, avrebbero fatto parte dei governi progressisti a partire da quello di Lula e successivi, dei quali Sprovieri, col rigore e con l’obiettività giornalistica che gli sono propri, non tace gli scandali e la corruzione che ne decretarono la fine.

Il libro, da leggere e rileggere per non perdere nemmeno un tassello di questo mosaico storico così appassionante, si chiude con un’inchiesta sugli sviluppi delle operazioni di ritrovamento dei resti di “Joca”, a cui, dopo la brutale esecuzione, le truppe del regime tagliarono le mani. Proprio come a “Che” Guevara: il medico argentino, però, divenne un’icona mondiale di ribellione per la giustizia e la libertà dei popoli oppressi; Libero Giancarlo “Joca” finì nel dimenticatoio.

Prima dell’uscita del libro di Sprovieri.

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